Utopia per Realisti: il reddito universale.


Abbiamo letto per voi il libro "Utopia per Realisti" ed abbiamo riassunto i punti chiave per aprire uno spiraglio su uno dei futuri possibili e nei quali il reddito base o di cittadinanza diventa fondamentale per lo sviluppo degli essere umani.


"Di recente un amico mi ha chiesto: - Cosa si risolverebbe lavorando di meno?

Io aggirando la domanda, ne ho posta un’altra: c’è qualcosa che non possa essere risolta lavorando meno?


Innumerevoli studi hanno dimostrato che le persone che lavorano meno sono più soddisfatte della propria vita.

Inoltre, in un recente sondaggio condotto tra le donne lavoratrici, i ricercatori tedeschi hanno persino quantificato il "giorno perfetto".


La maggior parte dei minuti sarebbe dedicato alle relazioni intime ed alla socializzazione, anche il relax e le esperienze culinarie hanno ottenuto un punteggio elevato nel sondaggio.


I ricercatori hanno notato che "per massimizzare il benessere è probabile che il lavoro e il consumo (che aumenta il PIL), nel futuro possano svolgere un ruolo minore nelle attività quotidiane delle persone rispetto a oggi".


C'è una correlazione tra questo aumento di felicità ed un problema pressante come i cambiamenti climatici?

Un cambiamento mondiale verso una settimana lavorativa più corta potrebbe ridurre la CO2 emessa. Consumare meno inizia con il lavorare di meno - o, meglio ancora - utilizzando la nostra ricchezza sotto forma di tempo libero.


Ma quali altri aspetti si potrebbero ridurre con questo cambio di mentalità? Che mi dici sugli incidenti ad esempio?

Incidenti dici? Il lavoro straordinario è mortale.

Le lunghe giornate lavorative portano a commettere più errori: i chirurghi stanchi potrebbero utilizzare i bisturi in maniera imprecisa ed i soldati che dormono poco potrebbero perdere di vista target ed obiettivi.


Da Chernobyl allo Space Shuttle Challenger, i manager sovraccarichi di lavoro hanno spesso e fatalmente dimostrato di aver avuto un ruolo cruciale nei disastri. Non è un caso che il settore finanziario, che ha scatenato il più grande disastro dell'ultimo decennio, stia assolutamente annegando negli straordinari.


Ma questo porterebbe ad un aumento della disoccupazione, o?

Ovviamente non si può semplicemente tagliare un lavoro in pezzi più piccoli.

Il mercato del lavoro non è un gioco in cui vi è un numero determinato di sedie e chiunque può adattarsi a qualsiasi posto e l'unico ruolo giocato dall'operatore pubblico è quello di distribuire i posti. Ciononostante, i ricercatori dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno rilevato che la condivisione del lavoro - in cui due dipendenti a tempo parziale condividono un carico di lavoro tradizionalmente assegnato a un lavoratore a tempo pieno - è stata una delle chiavi per attenuare gli effetti devastanti dell'ultima crisi economica.

In tempi di recessione, con la disoccupazione ai massimi storici e la produzione che supera la domanda, la condivisione di posti di lavoro può aiutare ad ammorbidire il colpo.


E lavorare meno come si concilia con l'emancipazione delle donne?

I paesi con settimane lavorative brevi sono anche al primo posto nelle classifiche sulla parità di genere. Il problema centrale è raggiungere una distribuzione più equa del lavoro. Quando gli uomini collaboreranno in maniera equa ai lavori domestici, le donne saranno libere di partecipare pienamente alle attività economiche a tutti i livelli.

Queste affermazione, riscritta con altre parole, suonerebbe così: l'emancipazione delle donne è un problema degli uomini.

Questi cambiamenti, tuttavia, non dipendono solo dalle scelte dei singoli uomini; la legislazione ha un ruolo importante nel processo. Il paese più evoluto in materia è sicuramente la Svezia, lì le differenze tra uomini e donne in materia di congedo per l'assistenza all'infanzia e alla paternità sono minime. Il congedo di paternità, in particolare, è cruciale: gli uomini che trascorrono alcune settimane a casa dopo la nascita di un bambino dedicano più tempo alle loro mogli, ai loro figli e ai servizi domestici di quanto farebbero in assenza di congedo.


In Norvegia, invece, i ricercatori hanno dimostrato che gli uomini che usufruiscono di un congedo parentale, per il 50% condivide i lavori connessi alla pulizia ed alla stiratura degli indumenti utilizzati in casa. Le ricerche canadesi mostrano che i padri che fruiscono del congedo pieno, anche dopo che esso termina, trascorrono più tempo ad occuparsi delle faccende domestiche e dell'assistenza ai figli rispetto ai padri che non fruiscono di questo diritto.

Il congedo di paternità si è quindi dimostrato un vero cavallo di Troia nella lotta per l'uguaglianza di genere.


Che vantaggio si avrebbe, sul sempre più evidente rilevante invecchiamento della popolazione?

La maggior parte della popolazione vuole continuare a lavorare anche dopo aver raggiunto l'età pensionabile. Al contempo quindi, mentre i trentenni stanno affogando tra lavoro, responsabilità familiari ed ipoteche, gli anziani lottano per essere assunti o per rimanere in attività.

Oltre ad una distribuzione dei posti di lavoro più equa tra i sessi, bisogna condividerli anche attraverso le generazioni.

I giovani lavoratori che stanno accedendo al mercato del lavoro potrebbero continuare a lavorare fino a circa ottanta anni.

La soluzione potrebbe sicuramente essere quella di puntare non più a 40 ore settimanali, ma forse 30 o anche 20.

"Nel 20 ° secolo abbiamo avuto una ridistribuzione della ricchezza", ha osservato un importante demografo. "In questo secolo, la grande ridistribuzione sarà in termini di ore lavorative".


E l'ineguaglianza sociale?

I paesi con le maggiori disparità di ricchezza sono proprio quelli con la settimana lavorativa più lunga.

Mentre i poveri lavorano sempre più a lungo per sopravvivere, i ricchi stanno trovando sempre più "costoso" prendere del tempo libero via via che aumentano le loro tariffe orarie.

Nel diciannovesimo secolo, era tipico che le persone benestanti rifiutassero categoricamente di rimboccarsi le maniche: il lavoro era per i contadini!

Più qualcuno lavorava, più significava essere poveri. Da allora però, i costumi sociali si sono invertiti.

Al giorno d'oggi, il lavoro eccessivo e la pressione sono simboli di status.

Lamentarsi per il troppo lavoro è spesso solo un velato tentativo di apparire importanti ed interessanti.

Il tempo per sé stessi è presto assimilato alla disoccupazione e alla pigrizia, quantomeno nei paesi in cui il divario tra ricchi e poveri si è allargato.


Il denaro avrebbe dovuto essere la chiave per una vita felice e sana, no?

Sì. Tuttavia, a livello nazionale, questo avviene solamente entro una certa misura.


E' stato dimostrato che fino a un PIL pro capite di circa 5.000 dollari l'anno, l'aspettativa di vita aumenta più o meno automaticamente, superata questa soglia iniziano a crescere le diseguaglianze nella società.


Come si evince dal seguente grafico che incrocia i dati del PIL pro capite e quello dei problemi sociali, i paesi che hanno ottenuto un PIL medio sono anche quelli con i minori problemi sociali (con la sola eccezione della Norvegia che è riuscita ad eccellere in entrambi i campi).


l'indice dei problemi sociali comprende: l'aspettativa di vita, l'alfabetizzazione, la mortalità infantile, il tasso di omicidi, il numero di detenuti, il numero di gravidanze in età adolescenziale, la depressione, la fiducia sociale, l'obesità, l'abuso di droghe e alcol ed infine la mobilità sociale.



"La crescita economica ha fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni materiali nei paesi sviluppati" - conclude il ricercatore britannico Richard Wilkinson - "Man mano che ottieni sempre di più, ogni aggiunta contribuisce [...] sempre meno al tuo benessere."





In questo secondo grafico, i ricercatori hanno invece comparato i medesimi paesi sostituendo al parametro del PIL pro capito quello delle diseguaglianze sociali.

Improvvisamente, l'immagine si cristallizza con gli Stati Uniti e il Portogallo ravvicinati nell'angolo in alto a destra, il più povero ed il più ricco insieme.


Indipendentemente dall'incidenza dei singoli fattori e quindi: depressione, burnout, abuso di droghe, alti tassi di abbandono, obesità, bassa affluenza elettorale, sfiducia sociale e politica, le prove indicano sempre lo stesso colpevole: la disuguaglianza.


Ma come la disuguaglianza impatta sulla società?

E' pacifico che essere poveri in un paese ricco è tutta un'altra storia rispetto al vivere in povertà inteso come lo era un paio di secoli fa, quando quasi tutti, ovunque, erano poveri.


Secondo Wilkinson, le "conseguenze psicosociali" sono tali che le persone che vivono in società ineguali trascorrono più tempo a preoccuparsi di come gli altri le vedono. Questo indebolisce la qualità delle relazioni (manifestata in una sfiducia verso gli estranei e l'ansia di appartenere ad un determinato status sociale, ad esempio).


Lo stress risultante da questa "corsa sociale" è un importante fattore determinante di malattie e di problemi di salute cronici.


Va bene - ma non dovremmo preoccuparci più delle pari opportunità che della parità di ricchezza?

Il fatto è che entrambi i fattori sono importanti e queste due forme di disuguaglianza sono inestricabili.

Basta guardare le classifiche globali: quando la disuguaglianza aumenta, la mobilità sociale diminuisce.

Francamente, non c'è quasi nessun paese sulla Terra dove il sogno americano abbia meno probabilità di diventare realtà che negli Stati Uniti.

Chiunque sia ansioso di farsi strada e passare dalle stalle alle stelle, è meglio che lo faccia in Svezia, dove le persone nate in povertà possono ancora sperare in un futuro più prospero.


Non fraintendermi: la disuguaglianza non è l'unica fonte di difficoltà.

È un fattore strutturale che si nutre dell'evoluzione di molti problemi sociali ed è intrinsecamente legato a una costellazione di altri fattori.

Ed, in realtà, la società non può funzionare senza un certo grado di disuguaglianza. Devono ancora esistere incentivi a lavorare, a sforzarsi ed eccellere, ahimè il denaro è ancora uno stimolo molto efficace.

Nessuno vorrebbe vivere in una società in cui i ciabattini guadagnano tanto quanto i medici.

O meglio, nessuno che vive in un posto del genere vorrebbe rischiare di ammalarsi.

Nondimeno, in quasi tutti i paesi sviluppati, l'ineguaglianza, oggi, supera di gran lunga ciò che potrebbe ragionevolmente essere ritenuto desiderabile.

Recentemente, il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un rapporto che rivela che troppe disuguaglianze inibiscono persino la crescita economica.

Forse la scoperta più affascinante, tuttavia, è che anche i ricchi soffrono quando l'ineguaglianza diventa troppo grande: sono più inclini alla depressione, al sospetto e a una miriade di altre difficoltà sociali.


La "disuguaglianza dei redditi" - affermano due eminenti scienziati che hanno confrontato 110 paesi - "ci rende tutti meno felici delle nostre vite”.


Se stiamo cercando nuovi sogni o riscoprendo quelli vecchi, non possiamo andare avanti senza guardare al passato.

È l'unico posto in cui l'astratto diventa concreto, dove possiamo constatare che stiamo già vivendo nella terra dell'abbondanza. Il passato ci insegna una lezione semplice ma cruciale: le cose potrebbero essere diverse.

Il modo in cui il nostro mondo è organizzato non è il risultato di un'evoluzione assiomatica.

Il nostro attuale status quo potrebbe facilmente essere il risultato delle vicissitudini della storia. Gli storici non credono nelle leggi del progresso e nell'economia; il mondo non è governato da forze astratte, ma da persone che pianificano il proprio corso. Di conseguenza, il passato non solo mette le cose in prospettiva; può anche galvanizzare la nostra immaginazione."


Gli storici, infatti, stimano che il reddito medio annuo pro-capite in Italia intorno al 1300 si aggirasse intorno ai 1600$.

Circa 600 anni dopo, quando già erano esistiti Colombo, Galileo, Newton, la rivoluzione scientifica, la controriforma e l’illuminismo, l’invenzione della polvere da sparo, della stampa e del motore a scoppio, il reddito medio era ancora di circa 1600$.

600 anni di civilizzazione ed il reddito medio italiano è rimasto pressoché identico, almeno fino al 1880 quando i nostri concittadini iniziarono a muoversi sulla strada del progresso e già da subito son partiti a velocità stellare.

I due secoli successivi hanno visto un’esplosiva crescita sia in termini di popolazione che di prosperità mondiale.

Gli introiti pro-capite sono adesso 10 volte maggiori che nel 1850 ed anche il reddito medio degli italiani è oggi 15 volte più alto che nel 1880.

E l’economia mondiale? È oggi 250 volte più grande rispetto agli anni immediatamente precedenti la rivoluzione industriale.


Per concludere forse è vero che "Nel 20° secolo abbiamo avuto una ridistribuzione della ricchezza e che in questo secolo, la grande ridistribuzione sarà in termini di ore lavorative", ma è altrettanto vero che affinché questo avvenga è necessario uno strumento che riduca le diseguaglianze nella popolazione come un reddito di cittadinanza incondizionato.





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Leggi il libro completo su http://www.basinkomstpartiet.org/uploads/5/3/4/7/53471687/utopia-for-realists-by-rutger-bregman.pdf


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